Torna
indietro


Che cos'è la felicità eudaimonica?

 


"La felicità eudaimonica non si identifica né coi piaceri del corpo, anche se non è estranea alla corporalità e alla tendenza naturale dei corpi animali a cercare il piacere e a fuggire il dolore, né col possesso di beni materiali, anche se un'estrema indigenza può rendere più difficile il vivere eudaimonico". (1)

Eudaimonia è il termine con cui gli antichi Greci chiamavano la felicità, il sommo bene. Usata per la prima volta da Erodoto per indicare una vita florida, e da Esiodo per indicare una vita "felice e fortunata"; il termine è l'unione di due parole: eu (bene) e daimon ( demone) (2). In estrema sintesi, per poter vivere felici bisognava nascere con un "buon demone" e, quindi, essere fortunati.

Ma questa visione, che lasciava poco spazio all'agire degli uomini, fu radicalmente cambiata da Socrate che, partendo dal presupposto che gli esseri umani, attraverso la loro condotta, possono esercitare un controllo sulla propria vita, pose per la prima volta alla riflessione filosofica la questione delle condizioni necessarie alla felicità:

Poiché tutti desideriamo la felicità, in che modo possiamo essere felici?

Qual è il modo migliore di vivere?

Che cosa intendiamo per vita buona?

La felicità, l'eudaimonia, in quanto desiderio supremo e fine ultimo dell'esistenza, divenne così il principale oggetto di ricerca dei filosofi e, in particolare dei tre grandi maestri che, ancora oggi, esercitano la loro influenza sul nostro pensiero: Socrate, Platone e Aristotele. E proprio a quest'ultimo filosofo si deve un'altro passo fondamentale nella ricerca della felicità.

Aristotele, partendo dal presupposto che tutte le cose mirano a raggiungere uno scopo, va alla ricerca del fine dell'uomo che identifica nella felicità, il bene supremo dell'arte di vivere, il bene rispetto al quale tutti gli altri sono semplici mezzi, e abbraccia un'idea di felicità più generale a cui concorrono più componenti: riconosce il contributo dei piaceri; il ruolo della fortuna, l'importanza della salute...ma individua l'elemento determinante della felicità umana nell'autorealizzazione virtuosa, vale a dire nel cercare di coltivare, secondo la nostra particolare virtù umana (la ragione) e nella giusta misura, le facoltà che ci distinguono da tutte le altre creature per realizzare ciò che ogni uomo ha dentro di sé, il proprio daimon.

Se nel corso della vita il proprio demone ha una buona (eu) realizzazione si raggiunge la felicità (eu-daimonia), che dunque non risiede fuori di noi nel raggiungimento delle cose del mondo (piaceri, soddisfazioni, salute, prestigio, denaro), ma nella buona riuscita di sé, perché, come chiarisce Democrito: " Felicità e infelicità sono fenomeni dell'anima"...la quale prova piacere o dispiacere a esistere a seconda che si senta o non si senta realizzata. La realizzazione di sé è dunque il fattore decisivo per la felicità. (3)

L'idea classica di felicità eudaimonica è, dunque, molto diversa dall'idea, oggi dominante, di felicità come sinonimo di piacere (felicità edonica). La felicità eudaimonica è legata alla "fioritura umana", all'autorealizzazione virtuosa, ottenuta, cioè, in un contesto di civile convivenza e attraverso comportamenti etici.

 

(1) Franco Lo Piparo, Felicità e linguaggio nella medicina filosofica di Aristotele e Freud, in " Il discorso della salute", a cura di Gianfranco Marrone, Meltemi editore, Roma, 2005.

(2) Il termine daimon non va però confuso con l'idea di essere demoniaco che ha acquistato con l' avvento del Cristianesimo. Nella tradizione greca il vocabolo stava ad indicare la nostra natura spirituale, ciò che di divino c'è nell'uomo, l' anima collegata alla radici profonde del nostro essere.

(3) U. Galimberti, I miti del nostro tempo, Feltrinelli, Milano, 2009


Home page Personal Coach